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Il diabete mellito è una malattia cronica purtroppo in costante crescita che richiede un’attenzione particolare da parte del medico sia sul controllo costante dei livelli glicemici, sia sulla possibile insorgenza delle complicanze acute o croniche che si possono associare alla malattia.

Fra queste “il piede diabetico” rappresenta una delle più invalidanti e frequenti cause al mondo di amputazione non traumatica di un arto.
Si tratta, secondo la definizione data dall’OMS, di una “condizione di infezione, ulcerazione e/o distruzione dei tessuti profondi del piede associate ad anomalie neurologiche e a vari gradi di vasculopatia periferica degli arti inferiori”.

Quello che sappiamo oggi dalle evidenze scientifiche è che una strategia basata sulla prevenzione, sull’educazione del paziente e del personale sanitario, sul trattamento a diversi livelli (multidisciplinare) delle ulcerazioni degli arti inferiori, possa limitare il problema del piede diabetico e tutte le sue complicanze.

L’importanza del quadro clinico del paziente in caso di piede diabetico

Il quadro clinico del paziente con “piede diabetico” è significativamente complesso in quanto intervengono diverse componenti nel determinarlo e complicarlo:
– la componente neurologica con l’alterazione della sensibilità e della motilità del piede;
– la componente vascolare con l’interessamento delle arterie della gamba, generalmente quelle di calibro minore (vasi tibiali) la cui ostruzione provoca una scarsa vascolarizzazione periferica ed un rischio di evoluzione verso la gangrena con conseguente amputazione a volte non solo del piede ma di tutto l’arto.
A queste va aggiunta la scarsa resistenza alle infezioni, tipica del paziente con diabete mellito. L’infezione locale è un altro aspetto molto grave e costantemente presente in questi soggetti. Il mancato controllo della sepsi con un trattamento antibiotico mirato non solo non permette la guarigione ma può addirittura mettere a rischio la vita del paziente.

Approccio sinergico di diversi specialisti nella cura del piede diabetico

Da tutto questo si evince come l’approccio terapeutico debba essere aggressivo sin dal suo esordio.  Ad una diagnosi precoce, quando per esempio la lesione del piede sia ancora in una fase iniziale, deve seguire un trattamento medico e/o chirurgico repentino. Sono stati tracciati “percorsi” a livello regionale o delle singole aziende ospedaliere per guidare il paziente nel trattamento della patologia e per permettere a tutti i diversi specialisti, a seconda della gravità del quadro clinico, di interfacciarsi ed adoperarsi sinergicamente per scongiurare interventi demolitivi che sia psicologicamente che fisicamente, minerebbero la salute del paziente.

Intorno al diabetologo infatti, ruotano diversi specialisti: l’angiologo, il neurologo, il chirurgo vascolare, il radiologo interventista, l’infettivologo, l’ortopedico, il fisoterapista. Fra questi, il ruolo del chirurgo vascolare e del radiologo interventista è di primaria importanza per consentire la rivascolarizzazione di un arto sempre compromesso dal punto di vista vascolare. Generalmente l’approccio è di tipo endovascolare, ovvero mininvasivo; questo perché solo con questa metodica è possibile ripristinare la circolazione in vasi di piccolo calibro utilizzando strumenti quali i palloncini da angioplastica o gli stent. Un piede diabetico “rivascolarizzato”, se trattato tempestivamente, è un piede che può guarire.

La rivascolarizzazione chirurgica o più frequentemente endovascolare ed il controllo dell’infezione sempre presente, rappresentano i due aspetti fondamentali del trattamento, senza dimenticare che la sinergia tra i diversi specialisti rappresenta l’arma vincente nella gestione del paziente affetto da piede diabetico.

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